Ho camminato sulla luna senza vederla,
perché i tuoi occhi – due pesci elettrici –
avevano spento il cielo.
Ho camminato sul lato opposto della notte,
calpestando crateri come si calpesta la propria infanzia perduta.
Il tuo nome si è arrampicato sulla mia gamba
come un serpente di luce,
e ogni tua sillaba
era una campana che suonava dentro una mela.
Ti ho amato con la disperazione
degli orologi che gridano a mezzogiorno.
Ho sofferto.
Ho sofferto come chi porta un pianoforte
pieno di api.
Ho sofferto perché il tuo sorriso
era un uccello impagliato dei sogni
e, quando ho provato a toccarlo,
il mondo si è trasformato in un dipinto storto
in un museo senza pareti.
Ma continuavo a camminare
sulla luna che non vedevo,
guidata dal mormorio del tuo cuore,
quel motore sacro
che fa girare l'universo senza chiedere applausi.
E poi – oh, improvvisa chiarezza –
il tuo amore aprì la notte
come se aprisse una busta profumata.
La luna, finalmente, apparve
sotto i miei piedi,
e su di essa, a lettere di fuoco dolce,
era scritto il tuo abbraccio.
Io, che ero solo deserto,
vidi sgorgare una sorgente.
Io, che ero solo vagabondo,
trovai la tua porta.
E per la prima volta
da quando il mondo sognava,
non camminai sulla luna,
ma dentro di essa,
al tuo fianco,
felice.
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